Dall'altrove tra magico e primario
di Flavio Caroli
...Quando parlavo di "Magico" io alludevo
fondamentalmente alla possibilità di una nuova Bellezza e di
una nuova Seduzione, dopo le astinenze del Concettuale. E Ravà
la coltiva, questa seduzione, ha bellissima freschezza di pittura
e splendido senso del colore, ma cerca, vola, sciala, e tutto è
meno che monostilistico, dunque tutto sommato "amministrato",
secondo le regole degli Anni Ottanta. Non per nulla i vari riferimenti
che si sono tentati per lui, pescando nel pentolone un po' precario
di quel decennio, dai Graffitisti a Combas, restano remotissimi dalla
sostanza vera, e profonda, dalla sua caccia alla Bellezza.
Quando parlavo di "Primario", alludevo alla ricerca di entità
archetipiche annidate da sempre nel cuore dell'uomo, e tanto più
destinate a essere dissepolte quanto più ci si inoltra nella
grande pellicola, o nella grande insignificanza, del consumo. La cosa
ha avuto la sua diffusione e fortuna, il che, naturalmente, è
stato ottimo sintomo di autenticità. Ma la fantasia di Ravà
abita un po' più lontano. Essa produce archetipi di decorazioni
primigenie, e horror vacui neomedievale, e impaginazioni musive di
un Oriente immemorabile, proprio geneticamente "veneziano",
e bellissimi segni di una tradizione giudaica ricca e commovente come
raramente è dato d'incontrare. Ma tutto ciò incrocia
infinitamente, poderosamente, capziosamente, inconsapevolmente, e
anche però meditatamente, la storia. Archetipi che, filtrando
dall'eternità, diventano vita; immagini primigenie che scontano
e distillano - con parecchia ironia - interi strati geologici del
pensiero visivo.
Dove metteremo un artista tanto accattivante e tanto imprevedibile?
A conti fatti, mi sembra che del mio "Magico Primario" in
Ravà viva ancora una parolina che buttai lì, anch'io
con un po' di ironia, e che forse ha avuto, anch'essa, più
fortuna di quanto lasciano supporre i nostri tempi apparentemente
troppo sordi e troppo grigi. La parolina era Folmalità, cioè
Normalità della Follia. E' con infinita gratitudine che vedo
Ravà toccato dal morbo più benefico del mondo. Lo vedo
anzi proprio come antesignano di una nuova specie, e non mi stupisce
per nulla che la decisiva maturazione si manifesti per lui nell'anno
del cominciamento, che secondo me coincide con il trentasettesimo
anno di vita.
Vedevo follia, e gioia, e felicità, infatti, in quei suoi assurdi
macchinamenti con etereonauti sbeffeggianti e antennati, e in cassettoni
precari che invitavano a gesti non ovvi ma sensatissimi ("Zompi
o corri o lasci la bava"), nel fantastico ciclo Rettilivision
in cui gli astri elettronici volavano in una mirabolante epopea sanciopanzesca.
Vedevo in tutto ciò il design di un mondo desiderabilissimo
che si chiama improbabilità.
Amavo le formule apotropaiche di geometrie smazzate nello spazio come
tarocchi di un gioco che non conosce vinti ma solo vincitori; e le
comete anamorfiche di un universo acqueo nel quale è comunque
delizioso sciacquattare e guizzare le pinne come in liquidi amniotici
del tutto rassicuranti; le cornucopie accampate come stemmi ("Fortune
dall'altrove") di soglie oltre le quali è lecito allungare
le mani per tutti i rari tesori del mondo.
Ma nelle opere del '96, mi pare proprio che Tobia sia approdato a
un pianeta sconosciuto. Un pianeta di credibilissime sensuosità
ottiche, ammaestrate all'ordine precario dei numeri, come Antelami.
Un orizzonte di magnifici misteri pausati otticamente, come nel Piccolo
infinito relativo. Dilatazioni di spazi siderali e simmetrici, lampi
di nulla e di ghiaccio, ponti su un invisibile che diventa attraentissimamente
visibile, come in Tempi paralleli.
Il quid è grosso, insomma. E' la scommessa del visibile che
c'è anche se non appare; è la scommessa di un mondo
probabile anche se la piattezza dell'Essere lo giudica non solo improbabile,
ma insensato; è la ricchezza, la potenza di un Essere che è
costretto agli sforzi più impervi per affermarsi, cioè
per strapparsi allo smisurato oceano del Nulla. E' la fatica, l'appagamento,
della ricerca, nell'infinito silenzio, per guadagnare brandelli di
verità; per sfuggire all'unico, vero, immenso nemico, che si
chiama Follia della Normalità.
Flavio Caroli, Dall'Altrove. Fra magico
e primario, in AA. VV."Dall'Altrove", catalogo a cura di
Maria Luisa Trevisan, Corradin Editore, Urbana (PD), 1997
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