Pitture mobili di una topologia interiore
di Umberto Daniele
Ogni gioco comporta un rischio. Nel nostro caso,
la posta finale di un diverso apprezzamento dei neobarocchi teatri
allestiti da Tobia Rava sembra porsi ben oltre una consueta ridefinizione
dell'idea di rappresentazione pittorica. In quest'era post-relativistica
la topologia ci ha reso familiare ogni fantastico paradosso spaziale,
mentre la video-art ci ha proiettati in un'icono-sfera di paradossi
visivi. Si sta dunque ampliando la soglia del plausibile, ma non altrettanto
puo dirsi di quella della percezione: se è vero - com'è
vero - che ogni atto percettivo si risolve in una conferma cognitiva.
Rava ci introduce in uno spazio costantemente decostruito, in cui
la segmentazione delle unita significanti e la loro analisi va di
pari passo con la ridefinizione dei piani di illusorieta, cioe degli
artifici rappresentativi. Vedremo tuttavia nel corso dell'analisi
come quest'apparentemente iconoclasta "antitopologia" dell'artista,
praticata servendosi volutamente dei convenzionali strumenti della
pittura, si ribalti infine nella costruzione di un'inedita topologia
interiore. Esaminiamone insieme le strategie.
1. Dalle figure alle linee
Nelle opere di Ravà lo sguardo riesce ad individuare elementi
figurali come navi, auto, astronavi, o altri archetipi di una onnivora
civiltà dell'immagine. Moltiplicati e sovrapposti, sembrano
ridotti quasi a topoi infantili, ad un puro profilo evocativo. In
quest'evocazione lineare esiste un principio d'ordine ed insieme di
autonomia interna. Discutendo la possibilità delle cose di
essere enunciate, si vuole indicare che anche dopo il crollo dei sistemi
prospettici esistono delle precise processualità nell'esperienza
del mondo e degli oggetti. La linea e la demarcazione che separa ogni
tratto o marca attraverso cui avviene la riconoscibilità delle
cose nello spazio continuo: necessita comunicativa minimale, che presiede
all'esistenza del linguaggio. Proprio in questo la linea e anche convenzione,
scoperta finzione; per conquistare autonomia essa deve divenire altro
da se, deve sdoppiarsi, proliferare, passando e ripassando attraverso
i profili delle figure per accertarne in modo sperimentale l'inconsistenza,
aprendo nuove possibilita, diventando profilo prolifico. Invasi e
trasformati dalle linee, gli oggetti da contenuti (figure) possono
divenire contenitori (sfondo), con un ambiguo gioco semantico di scatole
cinesi. Lo scambio tra oggetto ed icona, tra realtà e linguaggio,
in una sorta di danza metalinguistica nega la apparente realta dei
fenomeni mentre riafferma il valore della profonda realta delle immagini.
Alla stessa istanza si puo ricondurre anche il ribollire segnico nelle
campiture timbriche delimitate dalle linee, che decide la vibrazione
cromatica finale delle opere. In esso appaiono fuggevoli lacerti di
scritture, memorie grafiche che subito si sublimano negli evanescenti
segni di un idioletto, di una microlingua personale volutamente emarginata.
Anche in questo ritroviamo un particolare sapore del ripensare la
memoria comune: attraverso una deliberata coazione a ripetere, guardando
all'esperienza, che per Kierkegaard era un "guardare avanti".
Il profilo riunisce in un unico termine sia l'iconicita minimale dell'oggetto
reale (ovvero la sua tangihile realta), sia l'insieme dei tratti pertinenti
per la sua descrizione (e quindi gia il livello dell'interpretazione):
la sua inafferrabilita ci conduce a sommare i contrastanti dati ottenuti
dall'esperienza di queste opere in un annullamento dell'efficacia
semantica delle immagini, entro un circolare gioco autoreferenziale.
2. Dalla cornice allo spazio Il rimando alla cornice, soglia verso
il mondo, potrebbe risolvere il dilemma. La cornice esiste e non esiste.
L'unica cornice possibile tra la proiezione interna e quella esterna
dell'opera, tra il suo autonomo mondo statutario e quello della comunicazione
linguistica si riduce ad uno iato, ad un vuo- to bianco che precede
il precipizio. Una negazione che afferma: il margi- ne che si nega
e un assenza; ma lo e quindi anche 1'opera, nella misura in cui si
sottrae ad ogni affermazione di conquista spaziale. Tutto si gioca
percio non entro un'apparente finestra albertiana, ma entro il labile
perimetro diun ritaglio d'esistenza. Rimane il dubbio se l'esistenza
affermata sia la nostra o quella dell'oggetto, ossia dell'arte: anche
le false cornici multiple ed aperte che circondano alcune figure -
diretta filiazione delle griglie di figure impossibili al loro interno
- determinano una sorta di progressiva vertigine. Se talvolta un suggerimento
spaziale sembra avanzare dal collassamento di alcune linee centrali,
non si tratta comunque di un indizio di profon- dita spaziale. Sono
piuttosto attrazioni magnetiche, "buchi neri" nella trama
lineare; una profondita della percezione. Pure l'aggettare barocco
dei segni verso l'osservatore e teso a sottolineare l'evidenza linguistica
dell'opera. Caduta ogni certezza prospettico-illuministica, questa
dinami- ca delle immagini ricrea il processo di simultaneita percettiva
e mnemonica su cui si fonda il nostro universo elettronico. Anche
il gioco ironico delle titolazioni (come le chiavi dello spazio) rivela
la loro natura di estensioni ideali dei labirinti semantici delle
opere, allorche producono interpretazioni rinvianti nuovamente alle
immagini stesse. "Non c'è piu spazio", "Ingorgo",
"Viaggio in teoria" sono modi diversi per invocare infatti
un rinnovato grado zero della rappresentazione, attraverso dn'ipertrofia
del senso. Ci ritroviamo di fronte ad una sorta di mise en abi>ne
dell'idea di rappresentazione, in un corto circuito di riflessioni
magrittiane prossimo agli ipertesti o alle infinite finestre virtuali
aperte dall'informatica.
3. Dagli oggetti al desiderio Questa affiorante dimensione linguistica
permette di leggere diversa- mente anche la recente attenzione alle
strutture dipinte, a "pitture mobili". La necessità
di giungere all'oggetto non è una "discesa" nelle
tre dimensioni ma nasce in quanto l'ob-iecto consente una verifica
oggettiva, esterna, dei portati della pittura. Non a caso la verifica
viene condotta su forme moderne, usate come stimolo per l'azione.
L'instancabile analisi pittorica scorre loro attorno e dentro, cioe
mira a descriverne spazialità ed essenza; le ricopre di colori
e forme, percio quasi le nega. L'ambigua osservazione obliqua dei
mobili e ben riassunta da alcune loro raffigurazioni, che appaiono
solo se viste da uno spigolo. Cio non implica intenzioni neocubiste
(lati/momenti diversi percepiti contemporaneamente), ma rivela un'insoddisfazione
per le tre dimensioni e cioè per l'apparente realtà
dell'oggetto-mobile: conduce piuttosto, diremmo, ad una sorta di a
plat mentale. Contemporaneamente, affiora il desiderio inappagato
di ritrovare un bibelot infantile oltre ogni impenetrabile e superficiale
aspetto delle cose.
Il rapporto primario - certo ed univoco - con il mondo e irrimediabilmente
perduto e comunque impossibile, percio viene coerentemente allontanato:
Ravà afferma l'impossibilità dell'inganno (l'anti-trompe-l'-oeil),
con uno spirito tragico appena dissimulato da un'ironia talora dissacrante,
da un Witz tipicamente mitteleuropeo. Questa dandystica posizione
baude- leriana, connotata da un sarcastico intellettualismo, ci permette
di rileggere correttamente anche le radici ebraiche dell'artista,
ricordando come ogni interdizione visiva non si debba considerare
una obbligata privazione, ma piuttosto un memento nello sviluppo artistico.
La tensione desiderante e dunque un atteggiamento positivo, un ri-costruttivo
motus animi verso l'oggetto dell'appropriazione. Il chandleriano "lungo
addio" costituito dalla lenta tecnica pittorica, risolta infine
in una dinamica configurazione, diviene allora testimonianza di malinconia
non della perdita delle cose, ma della cosciente impossibilità
a raggiungere la loro essenza. Nel riaffermare quindi il destino creativo
della pittura, Ravà propone una sua formula che possa saldare,
almeno nel breve istante di sospensione delle funzioni essenziali
donato dall'esperienza estetica, l'incrinato rapporto tra idee e cose
in un continuum planare. Evitando perciò ogni scollamento tra
il piano formale (o plastico) e quello contenutistico (o figurativo)
ed azzerando, nella stretta dialettica tra destinatario e segnale,
ogni univoca istanza dell'opera, egli apre le sue immagini alla molteplicità
e al futuro.
Umberto Daniele
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