CONVERSAZIONE CON TOBIA RAVÀ
8 febbraio 2006
di Maria Luisa Trevisan
Come pensi che la tua famiglia abbia
inciso sul tuo essere oggi artista?
Mio padre e mia madre hanno stimolato –
in maniera molto diversa - la mia infanzia e la mia adolescenza. Mio
padre era ingegnere edile, in qualche modo sono anche io ingegnere
edile perché costruisco pittoricamente architetture; egli era
inoltre grande cultore della storia, del cinema, della geografia e
di tutto ciò che aveva a che fare con il volo e l’aeronautica
militare.
Non a caso sei tra i fondatori di un
gruppo di artisti denominato “Triplani”. Da tua madre
invece cosa hai preso?
Da mia madre, di origine tedesca, ho acquisito
l’amore per la letteratura, mentre la cultura ebraica l’ho
assimilata un po’ da tutti e due. Per mia mamma è sempre
stato un percorso letterario, per mio padre essenzialmente l’amara
memoria delle leggi razziali, dalle quali era stato in un qualche
modo traumatizzato. Mentre mia madre ha avuto tutti e quattro i nonni
morti in campo di concentramento e ha passato il periodo di guerra
nascosta ai piedi del Monte Grappa, la famiglia di mio padre si è
salvata nascondendosi a Fermo, nelle Marche.
Mi pare di capire che la tua formazione
ebraica sia stata fondamentalmente laica.
Sì, essenzialmente, anche se abbiamo sempre
festeggiato le feste principali, non eravamo solo “ebrei di
Kippur o Pesach”, ma si andava in sinagoga per lo più
5-6 volte l’anno.
Da che cosa dipende allora questa tua ricerca artistica che si collega
strettamente alla cultura ebraica?
Già negli anni Settanta, l’allora giovanissimo Benedetto
Carucci venne a Venezia e tenne un ciclo di lezioni ai giovani della
comunità su Gershom Scholem e le correnti mistiche dell’ebraismo.
Negli anni Ottanta, durante i miei studi al DAMS a Bologna frequentai
le lezioni del rabbino Kopciowsky e poi del giovane rabbino Alberto
Someck. Contemporaneamente e soprattutto durante lo studio di tesi,
che scelsi di fare in semiologia delle arti sull’interdizione
visiva nell’arte ebraica, frequentai il rabbino veneziano Raffaele
Grassini e le metafisiche lezioni bolognesi del rabbino lubavich Borenstein.
E’ buffo, ma uno degli stimoli più forti a farmi poi
intraprendere studi che avessero a che fare con la cabalà non
venne dall’ambiente ebraico, ma da quello universitario, da
Piero Camporesi e da Umberto Eco. Con Camporesi feci una ricerca sull’iconografia
delle Haggadot (testo rituale della Pasqua ebraica). Eco invece, durante
un esame fiume di semiotica, durato alcune ore, mi chiese - per sua
curiosità personale - quali fossero le mie conoscenze sulla
cabalà luriana, ossia sul filosofo ebreo medievale Isaac Luria.
Purtroppo non avevo ancora approfondito a sufficienza il suo pensiero,
quindi non seppi rispondere. Però questa cosa mi rimase dentro
e mi spinse alcuni anni dopo a studiare Luria ed ora questo famoso
cabalista di Safed è un cardine della mia ricerca.
Cosa del pensiero di Luria hai trasportato
nelle tue opere?
Innanzitutto i tre momenti della cabbalà
luriana: il “tzimtzum”, la “shevirà”
e il “tikkun”.
Puoi spiegare in che modo tutto ciò ha a che fare con la matematica
e la fisica?
Il “tzimtzum” - detto riducendo molto la complessità
del pensiero luriano – è il momento in cui Dio crea l’universo
e si rapprende esternamente, creando un vuoto atto ad ospitare la
nuova creazione, che è parte di sé ma altro da sé.
Il secondo momento, la “shevirà”, è rappresentato
dalla rottura dei vasi della conoscenza: la conoscenza non è
più contenibile e le particelle riempiono il mondo intero.
Sia il “tzimtzum” che la “shevirah” si prestano
ad un sviluppo ed ad una rappresentazione grafico-pittorica in quanto
– come insegna Pitagora – ogni cosa del modo, ogni elemento
è riducibile ad un numero e – secondo la “ghematrià”
– ogni lettera ebraica ha un valore numerico ed ogni parola
è la somma dei valori numerici delle lettere che la compongono.
Il mondo è costruito con la parola ed il mio interesse è
decostruirlo analizzandolo attraverso il numero corrispondente.
Per ricostruirlo poi sotto un’altra
veste. Allora anche se compaiono forme riconoscibili, come portici,
piazze, architetture, boschetti, diventa tutto molto concettuale.
Ed il “tikkun” cosa rappresenta?
E’ il terzo momento della cosmogenesi luriana,
un momento a venire. Rappresenta l’epoca messianica, nella quale
non avremo più guerre ed il lupo e l’agnello pascoleranno
assieme. Per arrivare a ciò l’uomo diventa “socio
di Dio”, al fine di portare a compimento la creazione. Cercando
di riqualificare se stesso, l’uomo innalza il mondo intero ad
un livello superiore, atto a riacquisire la possibilità a cogliere
le scintille. I miei boschetti sono sempre ricavati da immagini di
boschi piantumati dall’uomo, in cui gli alberi sono posti ad
uguale distanza l’uno dall’altro e l’atto della
piantumazione è simbolico del “tikkun”. Si ricavano
così delle lunghe fughe prospettiche, che generano dei percorsi.
Il tuo lavoro assume quindi un valore
etico – morale? Vista la concettualità del discorso che
sottostà all’opera, come pensi che venga recepito dal
pubblico questo messaggio?
Non intendo dare delle risposte assolute, ma penso
che il mio lavoro possa suscitare nel fruitore delle nuove domande
che prima non si era mai posto e quindi – in questo senso –
penso possa intrigare e servire a far riflettere su determinati concetti.
Che significato hanno opere con soggetti come il Colosseo, che non
è certo un simbolo positivo e quanto di più lontano
si possa pensare dalla mistica?
Hai presente il “Processo di Shamgorod”
di Elie Wiesel, dove Dio è l’imputato perchè ha
permesso che ci fosse stato il pogrom. Alla fine del processo si scopre
che l’avvocato difensore è il diavolo. Ciò è
possibile in quanto nella tradizione ebraica Dio e diavolo sono la
stessa persona. L’opera sul Colosseo è un “tzimtzum
di negatività, però trasformato in una “colossale”
formula matematica.
C’è un recupero della storia
e del passato nelle tue opere. Forse uno di questi valori che vuoi
rispolverare è legato alla bellezza e al rispetto della natura,
e di tutto ciò che l’uomo ha prodotto come risultato
di conoscenze e saperi?
Il mio rapporto con la natura è panteistico
nei termini in cui Spinoza può aver forse tratto proprio dalla
cabalà l’equivalenza tra Dio e Natura.
Vuoi spiegarlo nei termini più
legati al tuo lavoro?
Gikatila, allievo di Abulafia scrisse un testo sul pensiero del suo
maestro, ristampato nel nord della Germania, ad Hanau nel 1615, e
l’Etica di Spinoza venne pubblicata nel 1630 in Olanda. La natura,
??? - ?“ha tevà”, ha lo stesso valore ghematrico
di ? ? ? ? ? “Eloim”, 86, uno dei nomi di Dio, quindi
Spinoza non era certo un eretico per aver “inventato”
il panteismo, ma era all’interno di una tradizione ebraica mistica
e da questa probabilmente aveva tratto il suo pensiero. Inoltre per
Newton la matematica regola ogni cosa della natura. Per quanto riguarda
la musica per esempio Luigi Nono diceva di aver capito Schömberg
dopo aver letto lo “Sèfer Yatzirà”, Libro
della creazione, uno dei testi base della cabalà; e la deduzione
logica ghematrica è evidente nel rapporto tra valore numerico
e quello delle note.
Ancora prima di Newton, all’inizio
del XIII secolo, Leonardo Fibonacci scoprì che vi è
una progressione numerica nei fenomeni naturali: nella disposizione
e crescita delle foglie sugli alberi, nella distribuzione a spirale
dei “flosculi” delle margherite e dei semi di girasole,
nelle pigne e negli ananassi e in molte piante le cui foglie crescono
a spirale. Il rapporto tra una spira del nautilus e quella successiva
è uguale al rapporto tra due numeri successivi di Fibonacci,
che è 1,618, il famoso “Phi”. Non solo le piante,
ma anche gli animali e gli uomini hanno misure che rispettano esattamente
questo rapporto, come i segmenti di alcuni insetti. In un alveare
il rapporto tra femmine e maschi è uguale a “Phi”,
così tra i conigli, ma anche nel corpo umano. Leonardo da Vinci
fu il primo a scoprire che le ossa del corpo umano hanno tra loro
il medesimo rapporto che corrisponde alla proporzione aurea, come
mostrò nell’Uomo vitruviano.
Il rapporto tra due numeri di Fibonacci successivi tende al rapporto
aureo o sezione aurea ed è stato assunto fin dall’antichità
come canone di perfezione classica: il rettangolo i cui lati stanno
nel rapporto aureo (1,16 ca) inquadra perfettamente il Partenone,
ma queste proporzioni si ritrovano anche nelle piramidi egizie e nei
contemporanei di Leonardo, come Michelangelo, Dürer, così
come in Mondrian, e in architetture recenti, quale il palazzo delle
Nazioni Unite a New York. Gli artisti hanno spesso operato seguendo
questa logica in maniera più o meno inconsapevole. Il pointillista
George Seurat ne era perfettamente conscio, per non parlare poi dell’uso
che ne hanno fatto gli artisti contemporanei come Mario Merz, Gino
De Dominicis, Alighiero Boetti, ecc.. La sequenza di Fibonacci è
abbondantemente rappresentata anche in musica, ad esempio nelle “fughe”
di Johann Sebastian Bach, nelle sonate di Mozart, nella Quinta Sinfonia
di Beethoven, nella Sonata in la D 959 di Schubert, in parte delle
opere di Debussy e di Ravel, nell’Allegro Barbaro di Bèla
Bartòk, ma l’esempio più elevato di applicazione
su vasta scala degli stilemi improntati alla proporzione aurea è
dato dalla Sagra della Primavera di Strawinski. Di recente si sono
trovate relazioni tra i numeri di Fibonacci e alcuni algoritmi numerici
particolari. In che termini le tue opere sono in qualche modo costruite
con la sequenza di Fibonacci?
Un numero sempre più vicino a 1,618 è il numero che
si ottiene dividendo ogni numero della serie di Fibonacci
per il precedente e ogni numero della serie è la somma dei
due numeri precedenti, avvicinandosi quindi alla sezione aurea. La
mia ricerca si attua in alcuni lavori ricostruendo le immagini con
una specifica ricostruzione ghematrica di volta in volta diversa.
In ogni numero della serie, in ogni oggetto cerco di ricostruire una
parola od un concetto presente nel testo biblico o comunque nella
mistica ebraica.
Puoi farci qualche esempio più specifico sul rapporto tra matematica
e cabalà?
I più noti e chiari sono per esempio l’analogia tra ?
? ? “shaddài”, che vuol dire “onnipotente”
e p “Pi greco”, ? “schin” vale 300, ? “dàlet”
4, ? “jòd” 10, la somma ci dà 314, lo “shaddài”,
nella tradizione ebraica è un oggetto apotropaico, che viene
messo all’apice della culla di un neonato (un tempo si usavano
delle gerle), al fine di portare protezione in una zona circolare
sottostante. Questo numero coincide con il valore del “Pi greco”,
attraverso cui si calcola la circonferenza. Un altro esempio molto
noto è dato dalla somma dei valori ghematrici di padre e madre:
padre si dice? ?“av” ed ha valore 3, madre si dice? ?
“am” ed ha valor 41 e la loro somma dà 44 che è
il valore di ? ? ? “yeled”, che significa bambino.
Tu usi anche i cosidetti quadrati magici,
che ho visto recentemente anche in lavori di Clemente e Maraniello.
Quale significato hanno all’interno delle tue opere?
Nella struttura compositiva dei miei lavori ho
inserito spesso i quadrati magici in quanto, in realtà, ho
scoperto essere l’espressione di concetti base della mistica
ebraica: i più famosi – ovvero quello del 65 e del 15
– rappresentano i nomi di Dio: “Adonai” e “Jud
hei”, “Hod” “Sefirah splendore”, quello
del 18 rappresenta la “hai” ovvero “vita”.
Inoltre quello del 34, presente anche nella “Melencolia I”
di Dürer, è un minimo comune multiplo, tanto quanto gli
altri sono massimi comuni denominatori e tra i suoi significati vi
sono per esempio “eghel”, ovvero la “goccia”,
“dal” “povero” e “chativà”
“parte” o “pezzo”, quindi sono mattoni fondamentali
delle mie costruzioni.
Ma che cosa sono in definitiva i tuoi
lavori?
Forse sono delle macchine, cerco di individuare
delle formule che ci mettano a contatto con un livello più
alto, forse con un’entità superiore. Con i miei putzle
cerco di togliere le “qelipòt”, le scorze delle
scintille, che ci danno solo la realtà apparente.
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