Conversazione di Arturo Schwarz con Tobia Ravà
A. S. Quali sono le esperienze infantili che hanno
determinato il tuo orientamento artistico?
T. R. Ci sono stati stimoli diversi dati dai miei genitori. Mio padre
era ingegnere edile, appassionato di storia e di aeronautica e un
po’ traumatizzato dalle leggi razziali, è mancato nel
1987.
Mia madre di origini ebraiche tedesche, più vicina ad interessi
letterari legati agli autori della mitteleuropea.
A. S. Chi sono gli artisti che più ti hanno
colpito quando hai iniziato?
T. R. All’inizio sicuramente il surrealismo, Magritte, Delvaux
e i Dalì del primo periodo. Poi mi sono avvicinato al simbolismo,
al liberty e allo jugendstil. In un terzo momento le ricerche artistiche
degli anni ’60, come la pop art, il lavoro di Fabrizio Plessi,
amico di famiglia e le opere di Kiefer e di Boetti. Ho studiato al
dams a Bologna, e sono stato allievo di Francesca Alinovi, che mi
ha fatto conoscere ed apprezzare il movimento graffitista, soprattutto
Keit Haring, che era molto simile a ciò che disegnavo in quel
periodo.
A.S. Quali sono i filosofi o i saggisti che ami o hai
amato?
T. R. Il mio percorso è stato inizialmente letterario. Ho amato
molto Hermann Hesse e la letteratura ebraica orientale e americana.
Da Singer a Bellow, Malamud, Chaim Potok, Schwarz Barth, Shalom Alechem,
Lenger, e tanti altri.
Sono stato allievo di Renato Barilli e mi sono laureato con Umberto
Eco ed Omar Calabrese. Da qui l’impostazione semiologica che
è presente anche nella mia ricerca attuale.
Dal punto di vista filosofico mi interessavano molto Kant ed Hegel.
Poi ho cominciato ad approfondire Spinoza, per arrivare a Walter Benjamin
e a Gershom Scholem che mi ha aperto la via alla mistica ebraica e
alle ultime teorie di Moshe Idel.
A. S. Quali sono le principali fasi del tuo itinerario
iconografico o cicli di esperienze?
T. R. Ho iniziato disegnando a china e a pennarello. Ricopiavo i personaggi
di Linus, soprattutto Snoopy e le sue peripezie aeronautiche. Poi
ho frequentato la scuola internazionale di grafica di Venezia e ho
iniziato con l’acquaforte, la xilografia e la litografia. Forse
tu non ti ricordi, ma la prima volta che sono venuto da te - è
stato forse 20 anni fa - ti ho portato a vedere i miei lavori di grafica
e tu dicesti che le acqueforti ed i lavori più complessi “piranesiani”
o “escheriani” ed articolati erano quelli che più
ti interessavano. E in questo senso ho continuato.
A. S. Dopo questa esperienza cosa è avvenuto?
T. R. L’esperienza grafica è durata molto. I miei primi
disegni sono del ’72. Durante gli anni del liceo ho seguito
i corsi della Scuola Internazionale di Grafica di Venezia. Poi nell’82
ad Urbino, nei corsi dell’accademia Raffaello con Bruscaglia
e Ceci. Alla pittura ad olio sono arrivato negli anni ’80 con
lavori vicini ai surrealisti. Mi piacevano i surrealisti belgi, perchè
li trovavo più freddi e distaccati, più vicini alla
mitteleuropa. Poi ho iniziato a dipingere su mobili ed oggetti elettronici
che assemblavo e pitturavo, comodini, televisioni, computer, radio,
bottiglie di plastica; dipinti prima con dei segni poi con frasi latine,
greche o in ebraico, poi sono arrivati i numeri…
A. S. Vi sono elementi nella tradizione esoterica ebraica
che hanno avuto qualche influenza sul tuo lavoro, prima hai citato
Gershom Sholem, quindi suppongo che la corrente cabbalistica e chassidica
abbia avuto molta influenza sul tuo lavoro?
T. R. In gioventù sono stato allievo di Benedetto Carucci che
teneva delle lezioni a Venezia sulle correnti mistiche dell’ebraismo,
poi ho approfondito altri autori come Idel, Arthur Green, Giulio Busi
ed altri. Lo studio è sempre stato parallelo alla ricerca pittorica
e sicuramente l’ha influenzata.
A. S. Non so se hai letto il mio libro Cabalà
e Alchimia?
T. R. Sì certo.
A. S. Nel tuo lavoro predominano lettere dell’alfabeto
ebraico e i numeri. Sembra che ogni volta grazie alla ghematrià,
tu voglia inviare un messaggio subliminale al fruitore. Sbaglio?
T. R. Io penso che tutti i messaggi o sono subliminali oppure sono
sfacciati
A. R. Quando sono sfacciati non è più
un’opera d’arte.
T. R. Appunto. L’opera d’arte è come un cocktail,
non è indispensabile per chi lo beve sapere con precisione
tutti gli ingredienti, l’importante è il risultato finale,
che deve dare delle sensazioni,
può essere piacevole, o inebriare o stordire, magari disgustare
ma non essere indifferente.
A. S. Si mi piace molto la tua risposta. Sono d’accordo
con te. Dal punto di vista tecnico sarebbe interessante che tu descrivessi
come esprimi questo tuo pensiero tramite la pittura.
T. R. Quando parto da un’immagine mi interessa che essa sia
reale, un soggetto naturale, un animale, un paesaggio o una situazione
atmosferica quindi qualche cosa che abbia già una sua storia.
Spesso lavoro su calchi di animali del ‘700 e dell’800
o elaboro immagini di luoghi esistenti. Mi interessano per esempio
i boschi piantati dall’uomo, che mi sembrano più vicini
all’idea di Itzhak Luria dove l’uomo è socio di
D-o e l’uomo che pianta boschi, mi interessa di più di
quello che costruisce capannoni industriali. In un secondo momento
l’immagine diventa astratta attraverso i numeri e le parole
ma concreta nella forma e nella logica che la sottende.
A. S. Quali sono le difficoltà che un artista
incontra per poter esprimersi liberamente in un sistema economico
globalizzato, sottoposto alla dittatura del consumismo?
T. R. Devo dire che forse io sono sempre stato un caso a parte. Lavorando
con la ghematrià mi sono avvicinato ai matematici e i matematici
si sono avvicinati a me. Nessuno ha compreso veramente il lavoro dell’altro,
a parte forse l’amico Piergiorgio Odifreddi, ma il fatto che
i matematici distanti dal mondo della mistica hassidica, abbiano scelto
per le copertine dei loro libri dei miei lavori, vuol dire che il
mio percorso è in sintonia al loro.
A. S. Non hai avuto nel tuo caso difficoltà?
T. R. Diciamo che le vere difficoltà sono nei confronti degli
operatori del mercato dell’arte. Quando ero un giovane artista
erano importanti solo i vecchi maestri, la mia generazione è
stata un po’ defilata, ora contano solo i giovani artisti che
durano lo spazio di tre mostre e poi vengono rimpiazzati dal mercato
che ha bisogno di cavalli freschi a basso prezzo su cui puntare.
Pur essendovi stata una discreta forza propulsiva negli ultimi dieci
anni in rapporto ai miei lavori e pur avendo numerosi collezionisti,
soprattutto all’estero (circa 160 sono i dipinti solo negli
Stati Uniti e più di mille i dipinti in giro per il mondo),
il mercato delle mie opere è sempre stato un mercato parallelo
a quello del mercato dell’arte, per cui venivo acquisito dallo
stesso collezionista che, acquistava nel mercato dell’arte,
ma in maniera parallela. Non attraverso quelle sedi “ufficiali”
e deputate alla divulgazione delle opere, ossia un certo tipo di gallerie,
musei, aste, che sviluppano il mercato e, soprattutto, passando attraverso
un certo tipo di critici che hanno le “mani in pasta”
e le conoscenze giuste nei musei giusti. Questo è il mercato
dell’arte; ma esiste anche un modo di evolversi diciamo “accidentale”
nella carriera di un artista. Penso che il mio lavoro sia stato divulgato
molto da gente che, innanzitutto, l’ha acquistato perché
lo sentiva e non perché volesse rivenderlo la settimana dopo,
ho ricevuto lettere meravigliose, da persone provenienti da un certo
tipo di cultura (new age, globalizzata) sicuramente di livello alto,
che hanno affinità con l’induismo, il buddismo tibetano
o la mistica ebraica, o dotate di una sensibilità particolare.
A. S. Le tue opere, al primo sguardo, sembrano essere
convenzionali dal punto di vista formale, e pure vi trovo una peculiarità
innovativa non trascurabile, mi sembra che, dopo tanti tentativi di
épater le bourgeois, tanti propositi di essere assolutamente
eversivi o nuovi pittoricamente, con te si torna a quella che ogni
autentica opera d’arte cerca di essere: un riflesso trascendente
del proprio io interiore, una rivelazione delle proprie più
intime pulsioni, che poi sono anche le nostre, una fedeltà
alla propria filosofia della vita, rifiutando ogni concessione alle
mode e al mercato dell’arte. Il tuo proposito è di provocare
una emozione in chi vede le tue opere, sbaglio o è così?
T. R. Io penso che non sia tanto, o meglio, non solo provocare un’emozione,
ma cercare di provocare un cortocircuito, ossia l’idea che uno
possa porsi delle domande che, in realtà non si è mai
posto, e quindi cercare anche di riflesso nella sua biografia, nel
suo io profondo, la possibilità di percorsi completamente nuovi.
L’idea è quella di non offrire una parola rivelata ma
di costituire qualcosa che crei degli interrogativi.
A. S. Si stabilisce quindi un rapporto tra te e loro?
T. R. Sicuramente ogni opera d’arte è un veicolo, l’importante
è che questo veicolo abbia una certa ricezione, che sia fruibile
e allo stesso tempo possa determinare un qualche cosa che porti ad
un gradino in più, a crescere: l’idea è che l’umanità
debba essere l’opera d’arte riqualificata. Cerco, attraverso
i miei lavori, che uno possa pensare che ci siano delle strade diverse
per arrivare ad una condizione più alta dell’umanità.
A. S. In ogni caso è sempre provare un’emozione?
T. R. Si, penso che l’emozione sia il momento scatenante, per
cui uno si accorge di qualche cosa che prima era passata inosservata.
A. S. Certo, sono d’accordo!
T. R. E’ da tempo che desideravo discuterne con te, perché
penso il mio lavoro e le tue ricerche hanno delle grosse affinità.
C’erano alcuni spunti legati alla ghematrià, che volevo
approfondire, volevo farti vedere quello che è il mio percorso.
Ad esempio la somma padre (av 3) + madre (em 41) = bambino (yeled
44) e quello di “en sof” (infinito), “or”
(luce), ambedue di ghematria 207 come anche “raz”, segreto,
e “zer”,corona. Elementi legati al percorso ghematrico
che costituisce la trama dei miei dipinti. E poi gli studi sui quadrati
magici, che sono tutti composti da concetti relativi ad una ghematrià
che ci porta a dei minimi comuni denominatori come in quello della
“Melanconia” di Dürer il 34 è ”egel”
la goccia o “chativà”, la parte o il pezzo.
Oppure dei massimi comuni multipli, come i nomi di “D-o”,
Adonai 65 o “Iod hei” 15.
A. S. “Hai” vita.
T. R. Certo “Hai”, che corrisponde a vita è 18
e i valori come 137, che è la ghematrià di kabbalah
e che è anche tante altre cose, come “mazzevà”
(che corrisponde a un menhir, ossia qualcosa che va a segnare un posto)
o “sabbatìon” (ha due significati: shabat di kippur
e l’altro è un fiume simbolico), ma è anche la
costante di struttura fine, cioè la capacità di un elettrone
di assumere un protone e produrre energia, (la kabbalah è energia
ricevuta) e 137 è “ofan” la ruota e tanti altri
concetti. C’è poi la ghematrià di Tobia, che è
32 come “lev” cuore che io uso come firma. La ghematrià
di “Shadai” onnipotente, che corrisponde a 314, come il
pi greco. “Iad”, 14 che è la mano, formata da falangi,
falangine e falangette, che sono14, e “Coach”, che è
la forza raffigurata nell’antichità dalle due mani, che
corrisponde a 28.
A. S. “Beshar” vuol dire carne?
T. R. Mi riporta a 502 uguale a 7 come valore teosofico (5+2), come
tutte le cose che si trovano sulla tavola dello shabbath. “Ha
havà” che vuol dire amore e corrisponde a 13, “Tov”
che vuol dire buono ed altri: questi sono un po’ i numeri con
cui ho lavorato all’inizio e sono sempre presenti nei miei lavori.
A. S. A proposito di amanti, l’amore è
unità, 13 è anche “echad” (unità).
T. R E’ anche da considerare più che altro un discorso
in contrapposizione ad un percorso cristiano che indica sempre i numeri
13 e 17 come negativi, invece il 13 è la ghematrià di
“ahavah” amore e il 17 “tov” bono, ha sempre
valori positivi.
A. S. Il 13 è anche unità
T. R. Nel tuo libro Arte e alchimia ci giri intorno però non
ne parli. Volevo, farti notare questa addizzione: “esch”
(fuoco) più “maim” (acqua) più “adamà”
(terra) più “avir” (aria) fa 658, la stessa ghematrià
di “tehom rabbà”, il grande abisso, ossia il momento
di caduta per poi riqualificarsi, ma 658 è anche “betanur”
da dove l’ “atanor” greco, il crogiuolo dell’alchimista
e, 658 è la somma dei quattro elementi. Sono tanti questi percorsi,
per esempio 1 più infinito è 366, che è anche
la scintilla, oppure l’onda che è “gal” e
corrisponde a 33, “galgal”, invece, corrisponde a 66 e
significa palla ed ha una corrispondenza con il simbolo induista dello
Yin e dello Yang, formato da due onde contrapposte e 66 “yiheh”
era (30) “hoveh” è (16) e sarà “hayah”
20, l’uroborus, il serpente che si morde la coda, simbolo dell’eternità.
E la ricerca sui numeri della sequenza di Fibonacci, come ad esempio
il 144, ghematrià di “kedem”, ossia primordiale,
o il 233, “etz ha chaim”, l’albero della vita; il
610 “ma’aser” la “decima” o “etrog”
il cedro; oppure il 987 “tar shivil hachav” esplorare
il sentiero dell’arte.
Ma quello che più mi interessa oltre all’ultimo lavoro
legato alle radici quadrate dei concetti ed al quadrato delle parole
è quella che Federico Giudiceandrea ha chiamato “Congettura
di Ravà”
dopo averla verificata come vera: Calcolando il numero teosofico (o
base 10 come dicono i matematici) di ogni numero della sequenza di
Fibonacci ho scoperto che sono una sequenza periodica di base 24,
ovvero si ripete all’infinito la stessa sequenza di valori teosofici
relativi ai primi 24 numeri della sequenza di fibonacci. Il 24 non
è casuale, la sequenza teosofica è anch’essa una
fibosequenza, il “Kad” in ebraico è il vaso (di
ghematrià 24), la giara, misura di capacità dell’antichità,
e questo ci riporta alla ricostruzione dei vasi di luriana memoria
e al possibile recupero delle scintille della conoscenza, non dimentichiamo
che ogni numero della sequenza diviso il precedente mi da un valore
sempre più vicino alla sezione aurea 1,618 e che molte cose
(forse tutte) in natura si moltiplicano in base alla sequenza di Fibonacci.
Il canone ebraico, il totale dei libri del Tanach la Bibbia è
24. Il torace “ghevia” parte centrale dell’uomo
vitruviano è di ghematria 24. David, scritto in modo completo
in quanto contiene la Yud, simbolo del raggiunto stato di “gadlut
de mochin” grandezza di intelletto e di ghematria 24. “Dodi”
l’”amore mio” del
Cantico dei Cantici è 24 di valore ghematrico come infine è
“ziz” muoversi, forse uno sprone ad approfondire la conoscenza
dei 32 sentieri.